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TESI CINQUE

Le storie di miracoli del Nuovo Testamento non possono più essere interpretate, nel nostro mondo post-newtoniano, come avvenimenti soprannaturali operati da una divinità incarnata.

Nella Bibbia, i miracoli non sono esclusivi di Gesù. Secondo le Scritture ebraiche, Mosè opera miracoli, alcuni dei quali piuttosto strani. In un racconto dell’Esodo, Mosè lancia al suolo il suo ba­stone che si trasforma in serpente (Es 7,8-13). Alcuni consistono nel fare uso di poteri divini, come nel caso delle piaghe d’Egitto (Es 7,12). Anche Giosuè opera miracoli nelle Scritture ebraiche, separando le ricche acque del fiume Giordano (Gs 3,1-10) e fer­mando il sole nel suo movimento intorno alla Terra per avere più ore di luce in maniera da consentire al suo esercito di sconfiggere i nemici, gli ammoniti (Gs 10,21ss).

Successivamente, nella storia biblica, tanto Elia quanto Eliseo operano miracoli. Entrambi esercitano il controllo sugli agenti at­mosferici e accrescono la quantità di alimenti disponibili (1Re 17; 2Re 4,7). Anche i miracoli di guarigione appaiono in alcuni rac­conti del ciclo di Elia e di Eliseo (2Re 3), come pure le storie di risurrezione (2Re 17; 2Re 4,18ss).

Il terzo luogo delle Scritture ebraiche in cui si menzionano i miracoli è Isaia. I miracoli sono tra i segnali che, secondo il pro­feta, annunciano l’arrivo del Regno di Dio. In quel giorno, dice, «si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto» (Is 35,3-6).

Credo che si possa ora dimostrare che quasi tutti i miracoli at­tribuiti a Gesù possono essere spiegati come versioni ampliate di storie di Mosè, di Elia e di Eliseo, o come applicazioni alla vita di Gesù, in senso messianico, dei segni del regno di Dio in Isaia. Se Gesù era il Messia, avrebbe inaugurato questo Regno e, pertanto, i segni destinati ad annunciarlo sarebbero apparsi nella sua vita. Cosicché i miracoli sarebbero segni da interpretare, non avveni­menti soprannaturali che infrangono le leggi della natura.

Conviene prendere nota che Paolo sembra non aver saputo assolutamente nulla di miracoli associati al ricordo di Gesù. Per quanti sostengono che il documento Q e anche il Vangelo di Tom-maso siano anteriori a Marco (tra i quali io non mi annovero), credo che valga la pena indicare che nessuna di queste due fonti presenta Gesù nell’atto di realizzare miracoli.

I miracoli associati a Gesù vengono introdotti nella tradizione cristiana con Marco, agli inizi dell’ottava decade del I secolo. Successivamente, questi miracoli si ripetono quasi letteralmente in Matteo, che scrive il suo vangelo a metà della nona decade. Si ripetono e si ampliano in Luca, alla fine della nona decade e agli inizi della decima. Diventano poi “segni” nel vangelo di Giovanni, alla fine della decima decade. Un segno non è solo un avveni-mento che può essere descritto; un segno punta al di là di se stesso verso qualcosa che non può contenere. Il quarto Vangelo racco-glie sette segni attribuiti a Gesù (Gv 2-11). Credo sia da rimarcare il fatto che il primo dei segni del Vangelo di Giovanni, la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana di Galilea (Gv 2), e l’ultimo, la risurrezione di Lazzaro a quattro giorni dalla sepoltura (Gv 11), non erano mai stati narrati e neppure menzionati in alcuno scritto cristiano anteriore a Giovanni, il quale scrive tra i 65 e i 70 anni dopo la crocifissione.

I testi dei racconti di miracoli nei vangeli, che pretendono di parlarci del potere soprannaturale di Gesù, sono pieni di simboli da interpretare. I pani che vengono moltiplicati per alimentare la moltitudine in Marco sono cinque sul lato ebraico del lago, dove mangiano cinquemila uomini (più le donne e i bambini) e avanzano dodici ceste dopo che tutti si erano sfamati (Me 6,30-44). Successivamente, sul lato non ebraico del lago, i pani sono sette e quelli che si alimentano sono quattromila, con sette sporte di pezzi avanzati (Me 8,1-10). Mi sembra che si tratti di una serie di piste offerte dagli autori dei vangeli perché vengano interpretate, in quanto trasformano la storia di Mosè e della manna del deserto che alimenta gli israeliti in un racconto riferito a Gesù. Ricordiamoci che Gesù sarebbe stato chiamato «il pane della vita», quello che sazia la fame più profonda dell’anima umana (Gv 6). Se solo aprissimo gli occhi per vedere come i racconti di miracoli del Nuovo Testamento non debbano essere letti letteralmente come avvenimenti soprannaturali, ci avvicineremmo molto di più a ciò che gli evangelisti avevano in mente quando cercavano di usare il testo d’Isaia 35 in modo che trovasse compimento nei vangeli.

Questa esposizione sui miracoli potrebbe ampliarsi quasi inde-finitamente: Gesù che risuscita dalla morte un bambino (Me 5,22) è un’eco del racconto di Eliseo che risuscita un altro bambino (2Re 4,32-37). Gesù che risuscita dalla morte il figlio unico di una vedova di Naim (Le 7) è un’eco di Elia che resuscita il figlio unico di un’altra vedova (1Re 17). La risposta di Gesù alla domanda degli inviati di Giovanni Battista, che era in prigione, incorpora il testo di Isaia 35 alla tradizione dei vangeli (Mt 11,1-6; Le 7,18-23).

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Brano tratto dal libro "Oltre le religioni" ed. Gabrielli Editori

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